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La schifezza degli uomini

 

Lo sdegno dell'ottimo Giovanni Sarubbi, direttore della testata "https://www.ildialogo.org/index.htm" di Monteforte Irpino (AV), ha raggiunto il suo culmine, come accade in tanti oppositori di questa società marcia e ingiusta e di questo governo di Pulcinella che ci sta conducendo verso l'abisso del fascismo e del sopruso.

Ecco l'editoriale del 9 Dicembre 2018. Forza, carichiamoci di rabbia, di passione per la giustizia, e svegliamoci da questo brutto sogno.

 

SIETE "LA SCHIFEZZA, DELLA SCHIFEZZA, DELLA SCHIFEZZA, DELLA SCHIFEZZA DEGLI UOMINI"!

 

di Giovanni Sarubbi

Le classi sociali esistono. Ed esiste la lotta di classe e continuerà ad esistere fino a quando ci sarà lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo ed esisterà una classe che si approprierà di tutta la ricchezza della società. Ed esistono ed esisteranno i partiti che si fanno interpreti di questa lotta di classe, dirigendola da un lato o dall’altro a seconda delle classi che essi rappresentano.
Dopo oltre cinquant’anni di impegno sociale ritorno ai fondamentali, alle idee che hanno ispirato i miei primi passi nella vita sociale nel lontano ‘67-‘68 del secolo scorso. Ritorno al Marx del Manifesto del Partito Comunista e alla sua affermazione fondamentale: «La storia di ogni società è stata finora la storia di lotte di classe». È ancora così, checché ne dicano i sostenitori della morte del marxismo.

Che sia così ce lo dicono le manifestazioni di queste ultime settimane in Francia dei cosiddetti “gilet gialli” che stanno squassando quel paese in lungo e in largo e stanno mettendo in discussione il potere del presidente francese Macron. Operai, contadini, impiegati, piccoli artigiani impoveriti dalla crisi economica che scendono in piazza stracciando in un sol colpo tutte le dottrine interclassiste sulla non esistenza delle classi sociali che da decenni ci vengono propinate a tutte le ore del giorno. La miseria diffusa sta muovendo milioni di persone, come nel secolo scorso, nel 1800 o nei secoli precedenti. C’è chi si arricchisce sempre di più e chi si impoverisce sempre di più. Le questioni economiche e l’immiserimento delle classi subalterne sono la molla di movimenti di massa ritenuti impossibili da chi ha la pancia piena e vuole continuare ad averla.

E anche oggi, come ai tempi di Marx, le classi dominanti fanno attivamente “lotta di classe”, hanno le proprie organizzazioni politiche finalizzate a continuare la propria politica di dominazione nella società. E hanno anche organizzazioni politiche-sociali che sono dentro a tutti gli strati sociali per controllarne e dirigerne il pensiero e i comportamenti. E così capita che gli operai della FIAT siano anche tifosissimi della squadra degli Agnelli che li sfruttano e li hanno licenziati allegramente disinteressandosi delle sorti delle loro famiglie. O capita che persone del meridione d’Italia, napoletani, calabresi, siciliani o sardi, divengano seguaci e tifosi di un partito quale la Lega Nord che, da quando è nata, ha condotto una politica discriminatoria ferocemente anti-meridionale, tanto da eleggere al senato il suo capo in Calabria. Capo che si fa chiamare “capitano” pensando che la gente non capisca che quel termine sia per lui un sinonimo di “duce” più tristemente famoso.

E così ieri a Roma è andata in scena la manifestazione nazionale della Lega Nord trasformata miracolosamente in Lega nazionale attorno al suo “capitano”, che vuole passare per agnello ma ha una faccia feroce ed usa parole ed argomenti feroci e fa azioni altrettanto feroci e disumane, come il cosiddetto “decreto sicurezza” recentemente approvato dal Parlamento.

Chi ha i soldi ed il potere ha la forza sia economica sia politica sia militare per infiltrare propri servitori all’interno di tutti i partiti e organizzazioni sociali esistenti in una società. E ha la capacità di corrompere gli elementi più deboli delle organizzazioni che dai tempi di Marx in poi hanno cercato di rappresentare una speranza ed una alternativa alla società dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

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Decreto Sicurezza, chi lo sostiene uccide Dio. A Natale chiuderò la mia chiesa per obiezione di coscienza.

 

 

di Paolo Farinella – Sacerdote

fonte: Il Fatto quotidiano del 6/12/2018

 

Il 2 dicembre 2018 è iniziato il nuovo anno liturgico (anno-C) e come ogni anno comincia con la prima domenica di Avvento, che non è preparazione al Natale ma proiezione del tempo e della storia nell’escatologia. In altri termini, il tempo di Avvento ci offre un ampio contesto dentro il quale scrutare, verificare e valutare la nostra vita e quella del mondo. Il Natale del Signore è un passaggio di questo percorso, anzi il punto di partenza, perché determina la possibilità d’instaurare una relazione verificabile con il Figlio di Dio, Gesù di Nazareth. Aver trasformato l’Avvento in preparazione al Natale è un ridimensionamento della sua portata e importanza.

 

Per chi dice di essere credente in questo Gesù e per l’Italia, sede della suprema autorità cattolica (il Vescovo di Roma), il 2018 è un annus horribilis, perché alla vigilia dell’Avvento il Parlamento italiano ha approvato in via definitiva il decreto legge n. 113/2018. Esso è stato diabolicamente pensato per nascondere dietro un titolo chilometrico, appositamente redatto, atrocità incostituzionali, inganni, tradimenti e derive umanitarie: “Disposizioni urgenti in materia di protezione internazionale e immigrazione, sicurezza pubblica, nonché misure per la funzionalità del ministero dell’Interno e l’organizzazione e il funzionamento dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata. Delega al governo in materia di riordino dei ruoli e delle carriere del personale delle forze di polizia e delle forze armate (C. 1346)”.

Tutto questo coacervo di materie eterogenee e confuse unicamente per nascondere che si tratta di una legge contro gli immigrati, non più considerati come persone e ai quali non solo non vengono riconosciuti i diritti stabiliti da leggi e convenzioni universali, ma addirittura sono tolti e accorciati anche i più ovvi, riducendoli a merce scadente.

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Parroco di strada: intervista a Don Luigi Ciotti

 

"Ho cominciato sui treni dei disperati. Il vescovo mi disse: affido a Luigi una parrocchia, e gli do come parrocchia la strada"

 

di Fabrizio Ravelli

Don Luigi Ciotti è uno di quei preti lottatori che non mollano mai, che trovi per strada e non in sacrestia, che dà del tu a tutti (anche nel primo incontro con l'avvocato Agnelli, che non fece una piega). Il Gruppo Abele lo conoscono tutti. La sua vita, un po' meno. Si incontrano una maestra nervosa, un medico disperato, un vescovo coraggioso, e tanti altri. Conta molto che Ciotti sia un montanaro.

Montanaro veneto, no?

"Sì sono nato a Pieve di Cadore nel '45, ed emigrato in Piemonte con mio padre, mia madre e le mie sorelle per la ragione che nel dopoguerra spinse migliaia e migliaia di persone ad andare a cercare altrove la dignità di lavoro, la speranza".

E te ne sei andato a cinque anni.

"Mi ricordo l'impatto traumatico con la città di Torino, perché mio padre aveva trovato lavoro ma non aveva trovato casa. E quindi la nostra casa è stata la baracca del cantiere del Politecnico di Torino. Mio padre lavorava nell'impresa che ha costruito la parte più vecchia. Quegli anni hanno segnato la mia vita insieme con la baracca, il cantiere, le facili etichette che la gente ti mette perché tu vivi dietro uno steccato. Un pensiero sempre sbrigativo, che generalizza, e che tuttora resta una delle ferite aperte. Mio padre era muratore, poi è diventato il capocantiere, il capomastro".

A Torino da immigrato che viveva in una baracca.

"Sì, la baracca del cantiere. Dignitosa. Una delle cose che mi ricorderò sempre come un avvenimento è di quando una volta all'anno andavamo a comprare la carta da zucchero, quella blu, poi con le asticelle di legno che papà tagliava dalle assi attaccarla al soffitto. Era festa, festa in famiglia. Certo, il gabinetto era una baracca all'esterno. Però ho alcuni dei ricordi belli della mia infanzia. Il padrino della cresima che ho fatto nella parrocchia lì vicino era il gruista, Paolo il gruista. Eri un po' coccolato dagli operai. Poi venne la drammatica sera, credo fosse proprio un tornado che buttò giù i 42 metri della Mole Antonelliana, fece saltare tutti i tetti della Grandi Motori, e ci portò via gran parte della baracca. Ricordo la mia mamma che ci teneva stretti, un po' disperata. Volò via un pezzo di tetto, e il gabinetto lì vicino, che era fatto di assi".

E com'eri tu, bambino della baracca?

"L'altro ricordo è quello legato alla mia esperienza scolastica in prima elementare. Io dovevo andare a scuola in quel territorio, nella zona ricca di Torino. E avvenne un fatto che mi ha segnato molto. Questa scuola, la Michele Coppino, aveva un regolamento: tutti con il grembiule. Mia madre andò dalla maestra a dire che non era in grado di comprare il grembiule e il fiocco per me, perché aveva dovuto comprarlo alle mie sorelle, e non c'erano soldi. Quindi disse: per un mese manderò mio figlio a scuola senza il grembiule. Continua a leggere

Parolin: il Papa è sotto attacco, la politica cavalca le paure.

 

Presentiamo un resoconto del discorso del segretario di Stato Vaticano tenuto alla Lumsa in data 15 Novembre 2015 e ripreso dal sito di Rai News.

A seguire alcune riflessioni sul discorso curate dal nostro amico Piero Murineddu

 

 "La politica non di rado in anni recenti ha rinunciato al suo ruolo di mediazione sociale per edificare il bene comune, cedendo all'imprudente tentazione della ricerca di un facile consenso e cavalcando le paure ancestrali della popolazione". Questa la diagnosi del cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, intervenuto oggi pomeriggio alla Università Lumsa al convegno della Fondazione Ratzinger sui diritti umani.

"Anche nel contesto internazionale, rincresce constatare – ha denunciato il Segretario di Stato – la minore propensione a collaborare nel ricercare soluzioni condivise fra gli Stati, a fronte del prevalere di nuove forme di nazionalismo". Mentre, ha aggiunto, il suo "impegno nella promozione della dignità dei più deboli, specialmente dei bambini e degli adolescenti che sono forzati a vivere lontani dalla loro terra d'origine e separati dagli affetti familiari", ha procurato anche a Papa Francesco, "talvolta un sentimento di ostilità specialmente tra quanti hanno visto il proprio territorio fortemente investito dalle recenti migrazioni".

Da parte sua, ha però assicurato il segretario di Stato, "la Santa Sede, attraverso le Missioni Permanenti a New York, per quanto concerne i migranti, e a Ginevra, per quanto riguarda i rifugiati, continua a offrire il proprio contributo attivo alle discussioni e nelle consultazioni preparatorie, promuovendo la visione del Pontefice, incentrata attorno a quattro verbi: accogliere, proteggere, promuovere e integrare".

"Ma lo stesso Francesco ha sottolineato che l'accoglienza deve essere ragionevole" Secondo Parolin, "non si deve tuttavia indulgere in fraintendimenti: lo stesso Papa Francesco non ha mancato di sottolineare che l'accoglienza deve essere ragionevole, ovvero deve essere accompagnata dalla capacità di integrare e dalla prudenza dei governanti. Affermare il diritto di chi è debole a ricevere protezione, non significa dunque esentarlo dal dovere di rispettare il luogo che lo accoglie, con la sua cultura e le sue tradizioni". "D'altra parte – ha poi concluso il segretario di Stato vaticano – il dovere degli Stati di intervenire in favore di chi è in pericolo, non significa abdicare al legittimo diritto di tutelare e proteggere i propri cittadini e i propri valori".

"Tali difficoltà – ha assicurato Parolin – non tolgono l'impegno della Santa Sede nel ricercare un dialogo costruttivo con tutti per difendere le vite in pericolo, né lo sforzo della Chiesa e delle sue istituzioni caritative a interagire con la società civile per favorire soluzioni concrete che allevino la sofferenza dei migranti e tutelino la vita e le attività dei cittadini".

Il cardinale Parolin ha pure lamentato "la crescente insofferenza che si avverte da più parti nei confronti delle Organizzazioni internazionali e della diplomazia multilaterale, mette oggi in serio pericolo l'interlocuzione sui diritti umani.

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La crisi delle chiese cristiane al suo punto più alto.

 

 

di Giovanni Sarubbifonte: https://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/editoriali/direttore_1541336579.htm

 

Come ai tempi più bui del medioevo. Cadaveri scoperti nel pavimento di una proprietà del Vaticano nel cuore di Roma, in quella che è la nunziatura apostolica in Italia. E la procura della Repubblica di Roma apre una inchiesta per omicidio. Due, forse tre le donne uccise. Forse si tratta dei corpi di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori, le due giovani quindicenni sparite dal Vaticano nel lontano 1983 e mai più ritrovate. E non è la prima volta che ciò accade in tempi recenti. Ricordiamo il caso della sedicenne Elisa Claps, scomparsa nel 1993 e il cui cadavere fu ritrovato nel sottotetto di una chiesa della sua città natale Potenza nel 2010. Anche lì un omicidio nascosto in una chiesa.

Da quando nel 2013 fu eletto Papa Francesco il tema della “crisi delle chiese cristiane” è stato come rimosso dal dibattito pubblico. “La scopa nuova fruscia”, dice un vecchio proverbio e Papa Francesco ha “frusciato” parecchio e ha fatto credere a molti che la “riforma” da lui avviata fosse irreversibile e destinata a sicuro successo e la crisi delle chiese del tutto superata.

Ma la “crisi delle chiese” cristiane è ancora tutta lì. Il cancro che le attanaglia per lo meno da un paio di secoli a questa parte è oggi ancora più diffuso e maligno e il ritrovamento di questi poveri resti umani ce lo dice con crudezza. È ancora sempre la solita vecchia chiesa.

Una chiesa, quella cattolica, dove ancora si uccide, si ruba, si specula sulla credulità dei fedeli, si fa simonia e si gozzoviglia col potere, si benedicono eserciti e si dicono messe per feroci dittatori. Una chiesa piena di preti, vescovi e cardinali tutti dediti ad attività che nulla hanno a che vedere con il Vangelo di Gesù di Nazareth che, dice il Vangelo, non aveva dove posare il capo.

Ed è una chiesa dove sono minoranza e sono perseguitati dalla gerarchia quei preti o religiosi che hanno invece sposato la causa del Vangelo “sine glossa”, del Vangelo che ha come proprio Dio l’umanità, quella derelitta, affamata, fatta di migranti, di rifugiati, di persone che fuggono dalla guerra e che alla guerra si oppongono o che lottano contro lo sfruttamento selvaggio di un sistema sociale disumano, basato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Preti perseguitati in vita e poi magari fatti santi una volta morti.

Nonostante Papa Francesco i Vescovi sono e rimangono, con le poche dovute eccezioni, uomini di potere, proni al potere politico-economico che ancora oggi, 4 novembre 2018, celebreranno messe per ricordare “la vittoria” nella Prima Guerra Mondiale. Che c’è da celebrare e di quale vittoria si tratta? La vittoria del Re Savoia e delle industrie da guerra che sul sangue di una trentina di milioni di morti e di una intera generazione di giovani, che fu sterminata, costruirono le proprie ricchezze.

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Riflessioni sulla memoria di TUTTI I SANTI

 

 

NELL'INTENZIONE DIVINA NON VI E' BIANCO, NERO, GIALLO, RESIDENTE O MIGRATO,

CITTADINO O STRANIERO, CON PASSAPORTO O SENZA,

MA SOLO "ADAM", CIOE' IL "GENERE UMANO"

di Paolo Farinella, prete

Narra un midràsh ebraico, ripreso anche da un apocrifo, che dopo aver creato la terra, prima di creare l’uomo, al crepuscolo del quinto giorno della creazione, Dio incaricò l’arcangelo Michele di raggiungere i quattro angoli della terra a nord, a sud, ad est e a ovest, e di portargli un pizzico di polvere da ogni angolo, con cui avrebbe creato Àdam, simbolo di tutta l’umanità.

Non esiste, dunque, angolo della terra, che non sia sotto il segno di Dio. Egli, infatti, ricevuta la polvere dei quattro punti cardinali, impastò, diede forma, animò e infine «ecco l’uomo» che nell’intenzione divina non è bianco, nero, giallo, residente o migrato, cittadino o straniero, con passaporto o senza, ma è solo «Àdam», cioè il «genere umano».

Ogni individuo per definizione, per scienza e per rivelazione, porta in sé tutta l’umanità e tutta l’umanità è contenuta in ogni persona, uomo o donna, di qualunque paese, nazione, cultura e lingua (cf Ap 7,9); ogni individuo, infatti, ha solo una caratteristica: è «immagine eterna di Dio». Nessuno la può violare senza compiere un sacrilegio.

La memoria di Tutti i Santi è la solennità dell’universalità ecclesiale e della fede, la Chiesa dà forza teologica a questa realtà, celebrando la festa di «tutti i Santi e di tutte le Sante del cielo e della terra», senza differenze, come dice la 1a lettura tratta dall’Apocalisse: «Apparve una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua» (Ap 7,9).

Com’è bella questa prospettiva! Nessuno è straniero, ma tutti siamo cittadini; nessuno è «extra-comunitario», ma tutti siamo figli di un solo Padre e quindi figli in una sola famiglia; nessuno è di un’altra razza (insulto alla scienza e alla ragione!), ma tutti siamo cittadini del mondo; nessuno è superiore perché tutti siamo figli del «Padre», del dolore, della gioia e della speranza.

Prendiamo atto di appartenere alla «Chiesa Cattolica», cioè «universale» per sua natura, ma anche per mandato del Signore.
Oggi è il giorno dell’universalità per eccellenza, per cui questa celebrazione porta a compimento pieno quanto ci aveva anticipato la liturgia nella domenica 30a del tempo ordinario -A-, con la messa in guardia di non maltrattare lo straniero (cf Es 22,20-26), perché tutti gli stranieri sono, come noi, figli sotto la protezione di Dio.

La fede cristiana espressa nella liturgia odierna è incompatibile con chi nutre sentimenti razzisti, antisemiti e anti-immigrati. Chi si dice credente e ancora vota partiti che hanno fatto o fanno del razzismo e della demonizzazione dello straniero la loro bandiera, non può celebrare l’Eucaristia perché radicale è l’incompatibilità, senza possibilità di mediazione.

Oggi il richiamo alla «santità» non fa riferimento a un «modello eroico» di vita, ma alla condizione ordinaria della vita cristiana che non può non essere «santa», se non altro per il principio di causa/effetto: «Siate santi, perché io, il Signore, vostro Dio, sono santo» (Lv 19,2; 11,45; 20,7.26).

È la coerenza all’interno di una relazione che si fonda sulla coscienza di vivere in ogni condizione di esistenza, indipendentemente dai condizionamenti di qualunque genere, un rapporto privilegiato di Dio che si manifesta nella vita di ciascuno. Un padre, una madre, un educatore sono credibili solo se quello che pretendono dai figli, essi lo vivono prima di chiederlo, altrimenti c’è scollamento e perdita di autorità.

Nessuno è chiuso all’azione di Dio, ma tutti siamo chiamati a rendere visibile il volto di Dio e credibile attraverso la nostra credibilità. In questa prospettiva, alle coppie che felicemente convivono, sposati in chiesa, in comune o solo conviventi; ai separati, ai divorziati e ai gay, oggi giunge un messaggio chiaro e forte: restate perché l’Eucaristia è il vostro posto e voi siete il «luogo» dove Dio risiede.

Nessuno, infatti, è estraneo a Dio e nessuno può essere privato dell’Eucaristia che è «il pane del cielo [dato] per la loro fame» (Ne 9,15; cf Gv 6,51) come nutrimento per portare insieme i pesi e compiere ogni legge: «Portate i pesi gli uni degli altri: così adempirete la legge di Cristo» (Gal 6,2).

Ai razzisti, agli xenofobi, invece, occorre dire: andate perché non potete celebrare l’Eucaristia, che è il sacramento della fraternità universale e la mensa su cui il Padre nutre i suoi figli, specialmente coloro che hanno coscienza di non esserne degni: «Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato» (Pr 9,5) e più esplicitamente: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati» (Lc 5,31).

Non c’è Eucaristia senza coerenza del cuore e dell’anima con i nostri pensieri e i nostri sentimenti.

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No al fascismo e al nazismo!

 

 

di Giovanni Sarubbi

Fonte: www.ildialogo.org

https://www.ildialogo.org/cEv.php?f=http://www.ildialogo.org/editoriali/direttore_1540745587.htm

 

Oggi parliamo di fascismo. Lo facciamo perché oggi, 22 ottobre 2018, è il 96° anniversario della Marcia su Roma, di quella iniziativa politico-militare che portò nel 1922 all’avvento del fascismo in Italia.
E lo facciamo perché oggi è stata autorizzata a Predappio, città natale del capo del fascismo Benito Mussolini, una manifestazione delle organizzazioni fasciste italiane che si riuniscono lì sia per celebrare la Marcia su Roma, sia per rendere omaggio alla tomba di Mussolini. Il tutto in spregio del dettato della nostra Costituzione e delle leggi Scelba e Mancino, che vietano espressamente la ricostituzione del partito fascista e tutto ciò che con esso è connesso, come il razzismo e la violenza o la esaltazione di simboli e miti fascisti.

 

L’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) ha inviato una lettera di diffida al Prefetto, al Questore e al Sindaco di Predappio evidenziando che il corteo in questione viola il dettato della Costituzione e delle leggi Scelba e Mancino. Ma ciò non ha impedito che le autorità competenti dessero il loro consenso, cosa che del resto fanno da anni e ciò costituisce certamente un'aggravante.

Su queste colonne più e più volte abbiamo denunciato le responsabilità di chi nel nostro paese ha sdogano le organizzazioni neofasciste e neonaziste. Fascismo e nazismo, come anche il razzismo, sono stati derubricati, anche grazie alla complicità dei mass-media,  a legittime “idee politiche”, opinioni come tutte le altre mentre invece sono dei precisi reati. La base del fascismo e del nazismo sono la violenza, l’omicidio, la repressione delle libertà democratiche, la corruzione, la guerra, la discriminazione razziale, la negazione della libertà religiosa, tutte cose che la nostra Costituzione nega con forza. Il fascismo è incompatibile con la nostra Costituzione che nasce proprio dalla vittoriosa lotta della Resistenza, dal 1943 al 1945, che sconfisse nazismo e fascismo durante la seconda guerra mondiale.
 

E mentre nel nostro paese organi istituzionali acconsentono a che si possa tenere una manifestazione dichiaratamente fascista, il Parlamento Europeo ha approvato una risoluzione che chiede a tutti i paesi della UE la messa al bando delle organizzazioni neofasciste e neonaziste. (……). Lì c’è il lungo elenco di tutte le azioni violente che le organizzazioni neofasciste hanno compiuto negli ultimi anni. Lì ci sono tutte le motivazioni giuridiche e innanzitutto umane che rendono necessario mettere al bando tutte le organizzazioni neofasciste come prevede espressamente la nostra Costituzione. Fatti e considerazioni che sottoscriviamo una per una.
 

Nel nostro paese è in atto da molti decenni un processo di fascistizzazione dello Stato ad ogni livello. Quando una norma penale, quale quella che vieta la ricostituzione del disciolto partito fascista, non viene applicata, avviene che i neofascisti si ritengono in diritto non solo di proclamare le loro aberranti dottrine ma di passare alle vie di fatto. E moltiplicano le loro aggressioni e le loro azioni criminali.

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Noi e gli stranieri: l’umanità è il confine che più conta

 
 
 
 
 
– da Avvenire del 23 ottobre 2018

 

 

Nel mondo i sopravvissuti alla Shoah che ancora possono far sentire la loro voce sono ormai solo poche centinaia. Tra qualche anno non ci sarà più alcun testimone vivente di uno dei grandi genocidi della storia dell’umanità e di quei passaggi "burocratici" che possono condurre a tanto orrore. La conservazione della memoria e la sua trasmissione a livello popolare sarà più difficile, venendo meno la forza empatica di un racconto narrato mostrando le ferite impresse nella carne e nell’anima. La questione travalica i confini della terribile vicenda che ha interessato il popolo ebraico, e dovrebbe destare preoccupazione. Papa Francesco è entrato nell’argomento durante un incontro all’istituto Augustinianum di Roma, rimarcando quanto è importante «che i giovani conoscano come nasce un populismo», ovvero – ha detto riferendosi ad Adolf Hitler – «promettendo lo sviluppo e seminando odio».

Di fronte al risorgere dei nazionalismi in Italia e in Europa spesso ci si chiede se il Vecchio Continente non stia correndo il rischio di ritrovarsi in un contesto nel quale il potere costituito promuove e autorizza nefandezze di vario tipo ai danni di antiche o nuove minoranze. La risposta non può che essere rassicurante: l’Europa ha tutti gli anticorpi utili a prevenire derive totalitarie o la riproposizione di qualcosa di simile alle leggi razziali, a provvedimenti per limitare le libertà costituzionali, perseguire le persone sulla base delle proprie idee o appartenenze politiche, giustificare fenomeni come la segregazione in nome della razza, la deportazione e altre atrocità. Tuttavia quello che dovremmo chiederci non è se si possa riproporre un finale che la storia ha già mostrato, ma se si scorgono segnali di allarme, fatti, circostanze e approcci culturali in grado di ricreare quell’humus che ha reso possibile la deriva.

Quando il pubblico allo stadio fischia un giocatore di colore si può dire che non è razzismo, ma tifo. Quando dei giovani molestano uno straniero o lo usano come bersaglio, si può rispondere che sono ragazzate. Poi però arrivano trasmissioni televisive che mostrano in modo ossessivo solo i crimini commessi dagli immigrati. Poi i titoli di alcuni giornali si ampliano solo per denunciare le malefatte di determinati gruppi etnici. Col tempo si radica lo storytelling dell’invasione e della sostituzione etnica. "Noi" e "loro", "loro" e "noi", "noi" e gli "altri". Qualcuno incomincia a non volersi sedere in treno a fianco di un nero. La stampa scomoda viene intimidita con minacce di ridimensionamento o campagne di attacco via social network: cioè si scherza, ma nemmeno troppo.

A un certo punto nelle città di provincia si inizia a usare la burocrazia per rendere più difficile a chi non è italiano al cento per cento l’accesso ai servizi sociali o alle mense dei bambini. E poi cosa verrà una volta che ci avremo fatto l’abitudine, che la discriminazione sarà considerata normale e nessuno avrà il coraggio di alzare la voce? Forse è utile ricordare che il welfare "nazionalista" era molto apprezzato dalla maggioranza degli elettori ai tempi del nazionalsocialismo, e che dal riproporsi di questa prospettiva ci si può difendere solo con un sistema di diritti e garanzie universali. O che le firme sui certificati scolastici per dividere i bambini in base alla nazionalità lasciano traumi anche se dopo non si viene deportati.
In un episodio di una serie televisiva di qualche anno fa, "Black Mirror", soldati vengono addestrati per sterminare persone che hanno l’aspetto di pericolosi zombie, definiti per questo "scarafaggi" umani.

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Il fondo del baratro

 

 

di Giovanni Sarubbi – da www.ildialogo.org

Sceneggiata. Protagonisti Di Maio, Salvini, Conte. Se ne dicono di tutti i colori. Di Maio minaccia di andare alla procura della repubblica di Roma a denunciare la manomissione del decreto fiscale, quello sull’ennesimo condono, ma poi non ci va. Salvini nel solito video su Facebook gli risponde per le rime dicendo di non voler passare per colui che sostiene i condonati. Conte convoca il Consiglio dei Ministri e per incanto la sceneggiata termina. Sorrisi a 50 denti, strette di mano, ma è mancato un lungo bacio in bocca pubblico fra i tre attori. Il condono si farà ma ufficialmente non si farà. Lo avevano già ribattezzato “pace fiscale”. Ora squadre di linguisti e psicologi specializzati in “bispensiero” sono al lavoro per permettere ai due vicepremier di presentarsi come vincitori. E così Di Maio potrà continuare a gridare “onestà, onestà, onestà” (e proprio ieri lo ha fatto di nuovo) e Salvini potrà continuare a dire che il programma della Lega sul piano economico e fiscale sarà attuato. Sono riusciti nella titanica impresa di mettere d'accordo capre e cavoli.

Nessuno ha capito nulla di che cosa combineranno anche perché i mezzi di informazione, come da copione, hanno contribuito ad intorbidare ancora di più le acque. Dovremmo aspettare di leggere il testo che verrà presentato alle camere e leggere i dettagli perché di solito è li che si nasconde il diavolo. Una volta si diceva “fatta la legge trovato l’inganno”, da una trentina d’anni a questa parte prima si fa l’inganno e poi la legge. A tremare come al solito dovranno essere solo i lavoratori dipendenti e i pensionati, gli unici i cui redditi sono tassati alla fonte e da cui vengono prelevati i soldi che poi inevitabilmente finiscono nelle tasche dei ricchi. Finora in Italia Robin Hood, che toglieva ai ricchi per dare ai poveri, è una leggenda a cui non credono più neppure i bambini. E i ricchi di questo paese possono stare tranquilli perché l’unica cosa che si è capita è che non ci sarà una patrimoniale. I soldi dei ricchi non verranno toccati. Come hanno sempre fatto tutti i governi da 70 anni a questa parte.

La destra. Il signor vicepremier Salvini quando gli danno del fascista e del razzista si arrabbia o la butta sul canzonatorio a seconda di come gli girano … . Lui si dipinge come un agnellino che non farebbe male ad una mosca. Ma ci sono dei fatti che parlano contro di lui. La destra più estrema, quella degli eredi diretti dei repubblichini mussoliniani, proprio nei giorni scorsi si è incontrata a Milano con la Lega e ha deciso di sostenerla alle prossime elezioni europee. In un comunicato stampa il Movimento Sociale Europeo annuncia la sua scelta di allearsi con la nuova Lega nazional-popolare di Salvini con il quale nei prossimi giorni si incontrerà ufficialmente. Lo scorso 15 ottobre questa combriccola di “patrioti” ha avuto un incontro con l’eurodeputato della Lega Angelo Ciocca. A questa assemblea hanno partecipato il fior fiore dell’ultradestra milanese, quella che si definisce, come si legge nei loro comunicati, “legittima erede del European Social Movement(ESM) promossa nel lontano 1959 dal segretario del Movimento Sociale Italiano Augusto de Marsanich”, cioè dal fior fiore di coloro che non hanno rinnegato nulla del regime fascista. Augusto de Marsanich è famoso per la sua dichiarazione: “Non restaurare, non rinnegare”.

La domanda allora sorge spontanea. È Salvini che non ha capito con chi ha a che fare o sono quelli del MSE, che si ammantano anch’essi del vecchio simbolo del partito fascista MSI, che non hanno capito che cosa sia la Lega? La risposta credo sia scontata. Si unisce chi è fatto della stessa pasta. Fascisti entrambi. La cultura e le parole d’ordine sono le stesse. Sovranismo, europeismo e federalismo “nel solco della migliore tradizione imperiale romana e medievale”. Si, proprio così “imperiale romana e medievale”.Le moderne leggi razziali le fanno i sindaci.

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Radici cristiane? o radici marce?

 

di Alberto Maggi

La riflessione del biblista Alberto Maggi si rivolge a chi "rivendica le radici cristiane della nostra civiltà guardando a un passato più ideale che reale, a una società dove l’ordine era garantito dall’obbedienza e dalla sottomissione". Ma "se queste sono le radici, c’è solo da vergognarsene, e occorre estirparle". Anche perché "il disegno del Signore non è quello di una società tutta cristiana, utopia irrealizzabile e neanche auspicabile…". E ancora:  "Gesù non invita i suoi a occupare o sostituirsi alle strutture sulle quali si regge la società, ma di infiltrarsi, come il sale e come il lievito, per dare sapore, per dilatarle, per renderle sempre più umane e attente ai bisogni e alle sofferenze degli uomini"

Molti di quelli che rivendicano le radici cristiane della nostra civiltà guardando a un passato più ideale che reale, a una società cristiana dove l’ordine era garantito dall’obbedienza e dalla sottomissione, della moglie e dei figli al capofamiglia, dei sudditi ai governanti e dei fedeli alle autorità religiose, in una gerarchia di valori indiscussa, da tutti accettata o subita.

Costoro sono i nostalgici di un passato, quando le chiese erano piene di cattolici che assistevano alla messa domenicale perché precettati (l’unica alternativa possibile era commettere peccato mortale e finire all’inferno per tutta l’eternità). Alcuni rimpiangono la famiglia cattolica, quando l’educazione religiosa alle spose le invitava ad accettare con cristiana rassegnazione anche i maltrattamenti da parte del coniuge (ancora negli anni ’60 era in voga un manuale della sposa cattolica, dove tra i doveri delle mogli si elencava quello di obbedire al marito come a un superiore, tacendo quando lo si vedeva alterato, ed essere sottomessa alla suocera).
 

Altri vorrebbero ritornasse quel tempo in cui i treni viaggiavano in orario, non c’era la delinquenza, e si poteva lasciare la chiave sulla porta di casa, in un ordine sociale garantito dall’obbedienza all’indiscusso capo, un uomo sempre inviato dalla Provvidenza, in risposta al bisogno atavico degli uomini di barattare la propria libertà con la sicurezza che offre la sottomissione acritica al potente di turno.

Le radici di questa società saranno state anche cristiane, ma i frutti evidentemente no, e in questo clima di soggezione a ogni forma di potere, la libertà era vista come uno spauracchio, una minaccia all’ordine costituito dai potenti e sempre sostenuto e benedetto dalla Chiesa. Obbedienza, sottomissione sono vocaboli assenti nel linguaggio di Gesù, il quale invece di rifarsi al passato, alle radici, invita a osservare i frutti (“dai loro frutti li riconoscerete”, Mt 7,20). Per Gesù “ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi” (Mt 7,17). L’albero che non produce frutti buoni è immagine di quanti non hanno cambiato vita a contatto con il suo messaggio; oppure hanno simulato tale cambiamento e continuano ad essere complici dell’ingiustizia della società.
 

Più che di radici bisognerebbe parlare di catene. Questa civiltà, tanto cristiana e tanto cattolica, all’insegna dell’ordine e dell’obbedienza, ha da sempre temuto la libertà, vista più come una minaccia che come un dono del Signore (Gv 8,32-36): “Cristo ci ha liberati per la libertà!” (Gal 5,1). E la Chiesa, anziché promuovere la dignità umana e il diritto alla libertà, cercò, finché le fu possibile, di sopprimerli, basta pensare a Gregorio XVI, il papa che nell’Enciclica Mirari vos, nel 1832, arrivò a parlare di quella “perversa opinione…errore velenosissimo” [pestilentissimo errori] o piuttosto delirio, che debbasi ammettere e garantire per ciascuno la libertà di coscienza” (Denz. 2730).

C’è da chiedersi quale frutto perverso queste radici cristiane possano aver generato, se papi come Niccolò V, nella bolla Dum Diversas (1452), ribadita poi con la bolla Romanus Pontifex nel 1454, arrivò ad autorizzare i regnanti cattolici a “invadere e conquistare regni, ducati, contee, principati; come pure altri domini, terre, luoghi, villaggi, campi, possedimenti e beni di questo genere a qualunque re o principe essi appartengano e di ridurre in schiavitù i loro abitanti”.

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